Abitanti del territorio e cittadini del mondo


10/2015

Armungia è un piccolo villaggio che si trova nella parte sudorientale della Sardegna.

Armungia è un piccolo villaggio di circa 500 persone che si trova nella parte sudorientale della Sardegna, a 366 metri sul livello del mare. Lo si ammira circondato da boschi, macchia mediterranea e zone coltivate, bagnato dal fiume Flumendosa. Poco più in alto, le case più antiche circondano un nuraghe di tremila anni fa ma tutt’ora in ottime condizioni.

In quel ricamo di pietra, che copre buona parte della collina, nacque un bambino che sarebbe diventato un gigante della storia italiana del Novecento. E qui visse per lungo tempo anche la sua compagna: una donna che seppe stare al suo fianco e tuttavia brillare di luce propria e al cospetto di mezzo mondo.

Insieme, hanno vissuto una storia di amore, di vita e di impegno fra le più intense che si possano immaginare, le cui tracce e i cui insegnamenti ci arrivano ancora oggi alti e chiari.

Si accede al cortile di quella vecchia bellissima casa attraverso un portoncino di legno, che costringe il visitatore ad abbassare per un momento la testa. Un inchino che sa di omaggio e che si fa volentieri.

Emilio Lussu

Uomo politico e scrittore italiano, ufficiale nella prima guerra mondale che nel 1919 fu tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, formazione autonomista democratica composta in gran parte di ex combattenti. Deputato nel 1921 e nel 1924, partecipò alla secessione aventiniana e fu energico antifascista. Arrestato nel 1926 e deportato a Lipari, ne evase nel 1929 con Francesco Nitti e Carlo Rosselli, con i quali fondò a Parigi il movimento Giustizia e Libertà. Partecipò alla guerra di Spagna e alla Resistenza in Francia e in Italia. Fu ministro nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi, deputato alla Costituente per il Partito d’Azione, senatore di diritto dal 1948. Nel 1947 aderì al PSI ma, contrario al centrosinistra, nel 1964 entrò nelle file del PSIUP. Tra le sue molte opere, La catena, Marcia su Roma e dintorni, e il classico Un anno sull’altipiano.

Abbiamo scelto alcune sue parole tratte da Scritti e discorsi (1943-1948) in “Tutte le opere”, Cuec, Cagliari, 2014. Ci piace riportarle qui:

Il nostro Partito Sardo d’Azione si riallacciava al movimento popolare antifeudale capeggiato da Angioi: il nostro era, come quello, un grande movimento di masse rurali oppresse anelanti alla liberazione. Comuni operai, minatori, pescatori e lavoratori tutti: nel nostro piccolo quadro isolano, un grande movimento socialista, nuovo, non marxista (rispettoso per esempio della piccola e media proprietà). Io lo portai all’estero in Giustizia e Libertà e vi trionfò. Vi portai anche l’aspirazione autonomista, quale volontà di distruggere l’accentramento burocratico incompetente e dispotico dello Stato centralizzato italiano, così malamente sorto dall’unità italiana, così importante per la genesi del fascismo. Il Partito d’Azione è la continuazione di Giustizia e Libertà, e da uno dei suoi massimi dirigenti mi sono sempre considerato facente parte del Partito Sardo d’Azione in Sardegna.

Ho sempre preso parte contro il separatismo, malattia politica da combattere. Ognuno sa come la Sardegna entrò a far parte del Regno d’Italia. Crollata la Spagna come grande potenza, la Sardegna passò all’Austria e, per un successivo baratto diplomatico, alla Casa Savoia. Era passata dalle mani di un re a quelle di un altro, così come fra mercanti si può far circolare una tonnellata di formaggio o di lana. Il nostro autonomismo volle significare questo: i Sardi da vassalli intendono diventare cittadini, nello Stato italiano. E anche questo: per i propri problemi, la Sardegna aspira ad avere un proprio autogoverno.

Autonomismo è Antitotalitarismo. Abbiamo sempre combattuto assieme, da Sardi, da Italiani, da Europei, universalizzando l’idea di autonomia, che è l’universale idea di libertà. Non vi sono grandi o piccoli partiti, ma idee, idee che sono grandi o piccole, a seconda del contenuto che le suscita, per cui possono essere attuali o superate, stagnanti o immobili, parassite o portatrici di liberazione, in una parola idee vive o morte.

Joyce Salvadori Lussu

Classe 1912, fu partigiana, traduttrice, attivista politica e poetessa. Testimone eccezionale dei maggiori eventi del Novecento, dedicò la sua vita alla lotta per l’ugugalianza, unendo in modo instancabile azione e ricerca teorica. Fu istitutrice a Bengasi, clandestina in Francia, insegnante e guerrigliera. Attraversò luoghi lontanissimi, conobbe e tradusse personaggi storici, intellettuali e artisti come Ho Chi Minh, Castro, Mandela, Hikmet, Neto. Continuò a scrivere anche in vecchiaia nella sua tenuta marchigiana, una sorta di casa della pace, proponendo un nuovo modo di insegnare la storia nelle scuole.

Intanto, nella legalità repubblicana, mi trovavo ad essere la moglie legittima di un uomo politico di primo piano, che era anche un eccellente scrittore. Ne ero fiera, dato che il suo mondo era molto più mio che non quello della mia famiglia originaria. Ma mi accorsi che via via che la società italiana, compagni compresi, mi confinavano in un ruolo riduttivo, predeterminato, che non era stato scelto né da Emilio né da me. Dovunque andassi e qualunque cosa facessi ero “la moglie di Emilio Lussu”, una specie di riflesso dai contorni imprecisati. Quando Emilio entrò nel ministero Parri divenni all’istante “la signora del signor ministro” o addirittura “la consorte di Sua Eccellenza”, per tutta una serie di sciagurati postulanti in cerca di raccomandazioni. Sgomenta, decisi di fuggire. Spiegai a Emilio, che d’altronde era d’accordissimo, che ritenevo più che giusto che lui facesse il ministro, ma che non stava scritto da nessuna parte che io facessi la moglie del ministro. Presi il bambino e me ne andai in Sardegna, per essergli in qualche modo vicina imparando a conoscere la sua isola e facendo lavoro politico alla base, nei villaggi dell’interno e della zona mineraria. Riuscimmo, con poche compagne, a mobilitare i partiti per organizzare un convegno che riunì tremila lavoratrici e casalinghe venute fino a lì dai villeggi più remoti, entusiaste all’idea di capire che cosa fosse l’autonomia delle masse isolane. Quando i compagni di Carbonia mi offrirono la candidatura e i voti di preferenza per la Camera dei Deputati (Emilio si presentava per il Senato) capii che c’era un equivoco. Mi allontanai dalla Sardegna con rammarico, perché mi piaceva molto, e divenni piuttosto attiva nel movimento per la pace, in giro per l’Europa a combattere la Guerra Fredda. Ma anche a Vienna, a Stoccolma, a Mosca la prima cosa che mi sentivo dire era: “Ah, Lussu! Parente di Emilio Lussu?”

Ero sdegnata contro i compagni maschilisti e contro le mogli che si rassegnavano al loro ruolo. Emilio era completamente diverso: era libero e civile, incoraggiava la mia autonomia e non mi imponeva nessun compromesso. Trovai un mestiere insolito, tradurre e far conoscere in Italia poeti rivoluzionari del Terzo Mondo. Bisognava cercarli, lavorare con loro direttamente, condividere la loro clandestinità o la loro guerriglia. La più grande gioia era di raccontarle a Emilio. “La verità è che sono una casalinga repressa”, dicevo io. “la casa mi piace straordinariamente, soprattutto la casa con una famiglia dentro. Ma se ci sto troppo la società mi squalifica, mi tratta da donna subalterna, come una persona che viva del riflesso di un’altra, mi riduce a un’appendice. Perciò sono costretta a reprimere le mie aspirazioni domestiche, e a partire per il Mozambico”.

“A presto”, diceva Emilio.

Casa Lussu

In Casa Lussu, oggi, si lavora al telaio nel tentativo di portare a nuova vita saperi e valori della tradizione. Racconta Tommaso, nipote di Emilio e Joyce: “quando mi sono trasferito in Sardegna, alcuni anni fa, abbiamo iniziato ad interessarci al lavoro artigiano della tessitura, partendo dal contesto domestico della casa di mio nonno ad Armungia. In casa infatti, a partire dal secondo dopoguerra, abbiamo trovato un telaio orizzontale in leccio. Lo abbiamo riparato con l’intento di valorizzare questo arcaico mestiere. La tessitura, come qualsiasi altro mestiere artigiano tradizionale, deve essere trattato come un bene culturale”.

La tessitura non deve essere trasmessa come attività immutabile, poiché è il lavoro artigiano stesso ad essere un processo. Ogni manufatto diventa così un pezzo unico, autonomo e con una propria identità. E’ questa l’essenza del lavoro artigiano.

Oggi Casa Lussu vive una vita tutta nuova nel cuore antico di Armungia, forse un piccolo esempio fra i moltissimi di un processo più ampio, virtuoso e sempre possibile, e che coinvolge una parte nascosta ma significativa del nostro Paese: quella che trova alimento nella storia italiana più profonda per la crescita di se stessa e delle proprie imprese. E dunque, anche per quanto riguarda il lavoro, da “abitanti del territorio e cittadini del mondo”.