Attenti al gorilla!


01/2015

Il “nostro” De André ci riporta all’inizio, a circa sette anni fa, quando siamo partiti.

Sabato sera 10 gennaio 2015 siamo stati ospiti del centro sociale “Patchanka” di Chieri, per il primo appuntamento di una vera e propria rassegna, fatta di spettacoli e dibattiti pensati soprattutto per i più giovani. Siamo partiti con il primo dei nostri lavori, quel “viaggio nell’Italia di Fabrizio De André” che è ormai rodatissimo eppure sempre così impegnativo, per l’essere ogni canzone un concentrato di note, sillabe, modulazioni difficilissime da eseguire. E’ andata davvero bene, il buio della sala mandava indietro l’attenzione più silenziosa e non c’erano posti liberi e nemmeno piastrelle, nemmeno giù in fondo, davanti alla porta d’entrata, sotto la luce di sicurezza.

Il repertorio di De André è ancora così vivo, c’è così tanto pensiero che davvero ogni serata risuona diversa. Le sue canzoni reagiscono sempre, oppongono fieramente qualcosa a qualcos’altro. Le porti in un contesto in cui tutti o quasi si dicono libertari, e subito viene fuori la loro anima anti retorica. Le porti in una scuola, dove qualcuno si impegna sempre a ricoprirle di buone intenzioni, e viene fuori la loro anima libertaria. Le porti in un soleggiato festival vacanziero, e tirano fuori qualche insolenza. Suonate l’altra sera, in ore di morti a terra e matite spezzate, avranno forse fatto pensare ai presenti a quanto sia impossibile crescere sani senza maestri dissacratori.

Il “nostro” De André ci riporta all’inizio, a circa sette anni fa, quando siamo partiti. Volevamo raccontare la storia con le canzoni, sciogliere idee e vicende anche complesse in un linguaggio popolare, inclusivo, affidando alle ragioni della musica le sorti del racconto. Una scommessa più che un obiettivo, un bisogno di partire più che di arrivare. Compagni di viaggio, non scelti, l’attitudine rock e un pensiero oramai agitato, partito armi e bagagli alla volta di nuovi riferimenti tutti da conquistare. Avevamo i cantautori, le loro canzoni e l’Italia da fotografare in certi decenni chiave. A quelle nostre prime storie abbiamo lavorato sicuramente in modo più didascalico di quanto facciamo ora, eravamo più adulti, scherzavamo di più e giocavamo di meno. In questi anni ci siamo allenati a scrivere fra le righe e a progettare fra veglia e sonno. Ennio Flaiano scriveva che lo spettatore a teatro raggiunge la perfezione proprio nell’atto di addormentarsi, abbandonandosi alla poltrona di velluto nel buio della sala. “E’ nel passaggio dalla veglia al sonno che la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria. E’ in quei brevi istanti che si ha lo spettatore perfetto”. Ci piace pensare che valga anche un po’ per l’autore.

Ma dicevamo degli inizi, e qui c’è qualcuno da ringraziare. E’ Giorgio Olmoti, una delle persone che hanno avuto un’importanza maggiore nel nostro primo percorso di crescita. Forse non tutti sanno che Le Voci del Tempo era il nome di una collana di libri curata da Marco insieme allo storico torinese Giovanni De Luna, pubblicata dalla Ricordi. Ogni volume dedicato a un cantautore, non come santo da celebrare ma come interprete privilegiato di un periodo storico. Giorgio Olmoti è stato l’autore di quello su Fabrizio De André, Una musica per i dannati. L’amicizia di Giorgio è un porto sicuro da molti anni, ma qui ci interessa segnalare lo storico della contemporaneità, il cercatore di fonti che privilegia fotografie e canzoni. Questo suo lavoro vibra ancora assieme a noi fra una canzone e l’altra, sempre citato in chiusura. Ci piace condividere qui una delle sue pagine forse più belle, quella in cui si parla di Bocca di rosa.

Ancora una volta la sferzante ironia di De André colpisce, in diciannove quartine, l’ipocrisia dei cosiddetti benpensanti, che nascondono dietro falsi pudori certe passioni che nell’oscurità si fanno torbide. Il linguaggio usato dal cantautore è di frontiera per quegli anni, con metafore forti che fanno, delle donne bigotte del paese, le cagne a cui è stato sottratto l’osso, con una bella sineddoche che alleggerisce la grevità di altre possibili descrizioni altrettanto allusive. La morale comune, lama di rasoio su cui si spingono a camminare gli uomini del paesino di Sant’Ilario, si scontra col gesto libero di chi l’amore non lo fa né per noia né per professione, ma piuttosto per passione. E qui sta il nodo interpretativo. Bocca di rosa si concede per il piacere di farlo innanzitutto, non ha obblighi contrattuali da rispettare, non ha giorni di niente da riempire di sussulti annoiati, ha solo la sua voglia d’amore e carne da placare. La sua seduzione è tutta in certa sensualità innata che subito si palesa ai suoi primi passi, appena scesa dal treno alla stazione. Pare che il suo incedere mozzi il fiato a tutto il paese. Si scatenano, allora, passione, invidia, sorrisi e gelosie. E’ la provincia quella che De André disegna con tratto maestro, quella provincia degli anni Sessanta su cui si stendeva la serrata rete di controllo delle parrocchie e delle caserme dei carabinieri. Del resto il paesino di Sant’Ilario è metafora dell’Italia intera che in quegli anni s’interroga sul senso della morale, in bilico tra nuovi comportamenti e tradizione. […] Nel tempo però la figura femminile raccontata da De André finisce per essere letta come una prostituta. A questa interpretazione contribuisce senza dubbio la produzione dello stesso cantautore, che è piena di riferimenti al mestiere. E De André i suoi problemi e i suoi processi li ebbe, ma alla fine a prevalere fu l’intensa qualità artistica dei suoi versi che, lasciati liberi, seppero esplorare le pieghe più intime della società. Poco importa se una recente operazione per fermare un giro di prostituzione sia stata chiamata dalle forze dell’ordine “Bocca di rosa”. Ancora una volta la morale comune, sostenuta dalla robusta credibilità della divisa s’è scordata, per pigrizia di mente o per difetto di sincerità, che la vera Bocca di rosa poco c’entrava col portafoglio. A distanza di quarant’anni sgomenta di meno rappresentarla nell’immaginario collettivo come una donna che aveva altri fini e certo non si contentava del gesto d’amore. Forse De André ci avrebbe riso, anche perché la realtà sbeffeggia a volte più di qualsiasi invenzione letteraria e il paesino dove si è giocata l’operazione “Bocca di rosa” non si chiama Sant’Ilario, ma Cornate. Bel gioco delle parole e del destino.


Da Giorgio Olmoti
Fabrizio De André. Una musica per i dannati
Ricordi, Milano, 2004.