Da Adriano a Woody


12/2014

Ecco il tempo del folk, ed ecco che il nostro disco cominciava a prendere forma.

Fra poche ore presenteremo il nostro nuovo disco. Questa volta non si tratta della registrazione di un live, ma di qualcosa di molto diverso, una sorta di film sonoro in cui abbiamo cercato di avvicinare musica, parole e suoni per evocare immagini: è il compimento di un percorso di studio che ci ha cambiati.

Il lavoro su Woody Guthrie l’abbiamo fatto crescere sin dall’inizio in un modo che saremmo tentati di definire naturale, impiegando cioè un tempo lunghissimo, dilatato, un tempo condiviso, un tempo folk. Un tempo che oggi è quasi impraticabile, per colpa di chissà chi.

L’industria culturale è andata codificando canzoni, spettacoli, film, racconti per venderli a un determinato pubblico, su determinati supporti, in determinati contesti. E tutta questa produzione sterminata ha generato per decenni perle anche meravigliose, ha dispensato capolavori a prezzi popolari, ha fatto crescere un po’ tutti. Ma è come se a un certo punto si fosse fatto il giro della morte. A furia di codificare, la vita è diventata la continuazione del format con altri mezzi. Ci siamo abituati bene, cioè male, cioè a fruire di prodotti culturali più che di cultura. Al pubblico non resta che fare la parte del pubblico, pagante o no, plaudente o no. Insomma non resta che partecipare, venir contato, misurato, esibito.

Dopo Olivetti, però, l’orizzonte per noi era diventato un orizzonte comunitario. Senza retorica, senza nostalgie e soprattutto senza tirare volate a nessuno. Adriano, un ingegnere lucido e pazzo, intellettuale e costruttore, angelo timido e spericolato, genio e regolatezza, sciamano e minuziosissimo e chissà quante altre cose ancora, di sicuro su tutto abbattitore inarrestabile di steccati e prefiguratore infaticabile di scenari. Compagno di viaggio ideale per chi è alla ricerca di nuove folgorazioni, sempre enzima e mai mezzobusto, mai rassicurante, mai celebrabile, sempre celebratissimo. Noi eravamo lanciati sulla Direzione di casa, capivamo che il nostro lavoro di cantastorie ha senso nei territori, ha senso se cresce orizzontalmente, se alimenta relazioni umane, se è inclusivo, se si rivolge a delle persone molto prima che a un pubblico. Capivamo che diciotto, venti persone sono tantissime, lo sapevamo già ma non così bene. Ed ecco che Woody veniva a chiudere il cerchio, a insegnarci che non c’è niente da avere paura. Se ci sono una storia da raccontare e delle persone vicine allora c’è anche un lavoro da fare, e calore, e casa, e futuro. Niente di meno politico e niente di più politico.

Abbiamo cominciato a studiare il repertorio di Woody Guthrie circa tre anni fa, perché volevamo confrontarci in modo più approfondito con quella cultura musicale americana con cui siamo cresciuti. Volevamo andare alle radici, viaggiare nelle canzoni che non avevano copertina, fino a scoprire che ruolo spettava alla musica negli anni della Grande Depressione, in tempi forse non così lontani dai nostri. Abbiamo passato mesi e mesi ad approfondire una materia musicale e letteraria che comunque maneggiavamo da una vita. Risucchiati. Eravamo assieme, poi eravamo soli, poi eravamo al telefono, poi eravamo in qualche parcheggio in una notte d’inverno a scambiare le ultime idee prima di salire ognuno sulla sua macchina ghiacciata. Un attimo dopo era estate e cercavamo un po’ ombra per finire sempre lo stesso discorso. Abbiamo lavorato produttivamente e ossessivamente, e cioè senza ossessioni produttive. Giunti quasi al traguardo, ci siamo accorti che non eravamo andati poi così avanti rispetto al nostro solito modo di procedere. Avevamo messo in piedi uno spettacolo in più, certo, ma ci era sempre più chiaro che oramai quello che stavamo cercando era qualcos’altro, e cioè acquisire una prospettiva diversa da cui guardare al nostro mestiere. Capivamo che non dovevamo concentrarci sullo spettacolo, ma sulla modalità. Dovevamo guadagnare in prossimità e perdere in visibilità, accorciare le distanze, muoverci sempre, incontrare e conoscere, stringere mani, scambiare parole di faccia, bagnare le canzoni nella vita nostra e degli altri, suonarle in fabbrica, cantarle in carcere, portarle a scuola, nelle associazioni, nelle imprese, e non smettere mai di cucire. Da gaudenti e non da missionari. Da prestigiatori e non da volontari. Per ricostruire davvero bisogna cominciare da quello che non si vede. In posti piccoli, e tanti, con impianto, e senza.

Ecco il tempo del folk, ed ecco che il nostro disco cominciava a prendere forma.