Del primo amore


02/2017

Il saggista o memorialista è più adatto a una lettura intima, meditata e solitaria

Sul percorso intellettuale che Le Voci del Tempo stanno percorrendo è sbocciato Giacomo Leopardi, e Marco e Mario gli hanno dato voce. Con grande coraggio, bisogna dirlo. Evidentemente lo dovevano a se stessi – per rispetto di quella verità e inevitabilità progettuale a cui solo i veri artisti sanno essere fedeli, e guai se la tradiscono – e a tutti noi, quelli li seguono in qualche modo da vicino e che a quella verità si sono volentieri abituati.

Con una produzione che nell’ultimo anno è diventata quasi frenetica, Le Voci del Tempo hanno affrontato personaggi e repertori con i quali ci hanno raccontato spezzoni importanti della nostra storia. La realtà nei suoi periodi storicizzati, nelle sue generazioni, nei suoi leader e nei suoi costumi ha una specifica identità sottesa fatta di testi e musica: su questo materiale – rappresentato in sostanza dai risultati più significativi della cultura popolare – Le Voci del Tempo hanno attuato il loro lavoro di setaccio, di ascolto, di rielaborazione, dal quale sono emersi, per ogni fascinazione affrontata, dei narratori letterariamente e musicalmente inevitabili. Dal corpo a corpo fra Giacomo Leopardi e Sam Cooke, come fra Tondelli e Springsteen, Whitman e Dylan, Steinbeck e Guthrie sono emerse parole e note che, credo sorprendendo gli stessi Mario e Marco, si sono imposte su tutte le altre. E con esse sono stati costruiti spettacoli semplici, chiari e profondi, che raccontando il passato parlano del presente e del futuro. Da questi reading musicali scaturisce anche un’altra fondante lezione: la vita è il tentativo di risolvere problemi che hanno un’evidenza materiale, ma se a questo sguardo integriamo la disponibilità alla sorpresa dell’inconsueto, alla sensualità dell’intelligenza, al rischio della poesia – in sostanza la magia dell’arte – abbiamo il programma per la migliore cultura possibile: la critica dell’esistente, al contrario della falsa cultura che è sempre compiacimento dell’esistente.

E dunque Le Voci del Tempo ci propongono un argomento, l’amore, che sorprende proprio perché non dovrebbe, evocato dalle parole e dalle note di Giacomo Leopardi e Sam Cooke, coppia tanto improbabile quanto emozionante. A Leopardi Le Voci del Tempo hanno dato voce nuova, perché se il poeta è una consuetudine nelle pubbliche letture – credo sopratutto per lo straordinario grado di emozione che suscita in qualsiasi animo, colto o meno – il saggista o memorialista è invece più adatto a una lettura intima, meditata e solitaria. In Italia lo Zibaldone tiene il posto che in Francia è occupato dai saggi di Montaigne: la sua scrittura saggistica è considerata faticosa, complicata, tanto che il mondo evocato da quelle parole sembra spesso “altro” dal nostro. Se, per esempio, leggiamo i Pensieri dell’imperatore latino Marco Aurelio – altro libro di straordinaria profondità ed emozionante bellezza, naturalmente in traduzione italiana – lo sentiamo subito come un nostro contemporaneo, le sue riflessioni si adattano alle nostre inquietudini anche se è stato scritto 2200 anni fa: lo Zibaldone invece, anche se di anni ne ha poco più di 150, sembra lontano e poco invitante.

Sembra… ma non è! Piuttosto, è la lingua italiana di quegli anni ad apparirci come una lingua ancora formale e burocratica, perché poco utilizzata dalla gente: se si escludono coloro che vivevano in Toscana e nelle zone limitrofe (in Piemonte per esempio si parlava dialetto o francese), l’italiano era la lingua dei giornali, delle persone colte e della burocrazia. Le battute, le arguzie, l’immaginario popolare si esprimevano ancora per lo più in dialetto. Una situazione che si trascinerà dietro per molti anni ancora: con Le Voci del Tempo ne abbiamo parlato a proposito dello spettacolo su Steinbeck, rilevando l’importanza per la lingua italiana di quel pugno di scrittori americani – Steinbeck, Caldwell, Hemingway, Fitzgerald – da cui Pavese e Vittorini trassero ispirazione per cambiare il nostro registro linguistico, frequentare la realtà in letteratura e scrivere in modo assai più vicino al parlato.

Leopardi scriveva nel suo Zibaldone nell’italiano dell’Ottocento, è vero. Ma è molto diverso dagli scrittori ottocenteschi. La sua lingua non è mai gratuitamente arzigogolata, è invece profonda, aiuta Leopardi ad essere preciso, ad articolare i suoi pensieri in più subordinate. Se la si legge con sapienza e a voce alta, sa esprimere una musicalità forte e personale. È forse questo il significato più profondo dello spettacolo delle Voci del Tempo, e in particolare dell’abbraccio che propone fra le parole del “Diario del primo amore” e le canzoni soul di Sam Cooke: in scena, quell’amore raccontato è diventato il nostro, quelle immagini evocate sono diventate nostre e quei due repertori così apparentemente lontani fra di loro sono diventati una cosa sola, ci hanno commosso. Significa che Le Voci del Tempo stanno percorrendo una strada in cui il cuore e il cervello sanno stare assieme, e secondo me è la strada giusta.

Italo Cossavella