Elvira


12/2014

Elvira era davvero la canzone più bella del mondo, quel giorno, cantata tra le lacrime al Teatro Carignano.

Il canto di Elvira e di Giaculin è un canto molto conosciuto in Canavese, che ci arriva da Cintano, una piccola frazione di Castelnuovo Nigra, paese della Valle Sacra in Provincia di Torino. L’autore è Giacomo Giacomino, detto dai compaesani “Giaculin dal Brich” o “Barbis ed fèr” per via dei suoi baffi bianchi e sottili. Nato in Algeri da emigranti italiani nel 1900, Giaculin fu portato a Cintano nel 1910 perché colpito da poliomielite. Com’è facile immaginare, la malattia infantile segnò fortemente la sua vita, tutta trascorsa nella cascina sperduta.

Il motivo lo ha spiegato lui stesso già anziano:

«No, io non andrò mai via di qui… qui tutti mi conoscono e mi stimano per quello che hanno fatto mio nonno, mio padre e anch’io…tutti passando si fermano a parlare con me e molte volte mi fanno le commissioni. Se vado in pianura mi conoscono solo se ho dei soldi e se mi va male mi lasciano solo».

In questo canto Giacomo Giacomino ha voluto esprimere la sua delusione più grande, quella di non essere riuscito a convincere la giovane Elvira a sposarlo per vivere con lui nella cascina. Elvira Carli era orfana e abitava a Castelnuovo con la nonna e una zia. Era poverissima, ma non si sentì di unirsi in matrimonio a un uomo di vent’anni più anziano, per di più menomato, e che viveva isolato. Si sposerà più tardi, nell’immediato dopoguerra, in provincia di Asti, dove smetterà finalmente di patire la fame. Avrà un figlio soltanto, nel 1947, che chiamerà Delfino.

Nella ballata “Giaculin dal Brich” è riuscito a esprimere tutto il suo tormento per quel sogno accarezzato e svanito: una melodia struggente, vicina certamente a qualche canzone di fine Ottocento o primo Novecento, da lui adattata nel testo con parole semplici e vive.

Amerigo Vigliermo ha registrato il canto dalla stessa voce di Giacomo Giacomino, a Cintano, il 30 marzo 1973. Oggi il Coro Bajolese lo esegue molto spesso nelle sue serate d’intrattenimento, qualche volta anche durante i funerali di paese, come addio musicale a qualche amico speciale.

Il figlio di Elvira, recentemente rintracciato nell’astigiano dall’infaticabile Vigliermo, ha detto:

“Mio padre si chiamava Teresio Accornero ed era del 1909, mia madre Elvira Carli ed era del 1919. Mia madre è vissuta a Castelnuovo Nigra fino alla fine della seconda guerra, nel 1946 è venuta a Viarigi grazie a una signora che l’ha presentata al futuro marito. Io sono nato nell’aprile del 1947. Il ricordo più bello che ho di mia mamma è che non l’ho mai, mai sentita litigare con mio padre. Nella sua semplicità era dolcissima. Mio padre è morto nel 1975, mia madre invece nel 1987. Non credo abbia mai saputo nulla della canzone”. (Fonte: http://www.cec.bajodora.it – Sito internet del Centro Etnologico Canavesano, a cura di Amerigo Vigliermo).

Vi proponiamo una nostra versione, registrata in Sardegna, a Cagliari, nell’ottobre 2014. Si tratta di un bis a fine spettacolo. Ringraziamo agli amici dell’associazione culturale Malik per tutto il lavoro fatto assieme in questo anno, e per quello che faremo. Avere portato Woody in posti come il Mangiabarche di Calasetta, sotto il cielo stellato, o nel Parco del Molentargius, o nella casa di terra cruda di Villamassargia ha fatto crescere un po’ tutto e un po’ tutti. Di questo parleremo ancora più avanti.

“A Elvira sono arrivato facendo un giro largo. Negli ultimi otto anni di musica di Gipo Farassino, assieme agli El Tres, ho fatto parte della sua orchestra. Tra le mille cose di cui Gipo ci ha reso partecipi – cinquant’anni di canzoni, quella Torino, gli amori, le sfide e le sbronze, la vita come un romanzo di Cesare Pavese che si ripeteva sera dopo sera – c’era spesso Elvira, “la più bella canzone del mondo”. Così come c’era Amerigo Vigliermo, “un vero intellettuale”, parte di un mondo che forse Gipo riteneva troppo lontano per noi. A farmi ascoltare Amerigo ed Elvira c’è voluto il suo funerale. Elvira era davvero la canzone più bella del mondo, quel giorno, cantata tra le lacrime al Teatro Carignano. La più struggente di sicuro. La presunzione, da non più giovani, è stata quella di averla ascoltata e di aver provato subito a conoscerla. Molto male. A dispetto della sua età questa canzone è un puledro, difficilissimo da prendere, quasi impossibile da dominare, a partire dalla tonalità altissima, passando per la meravigliosa armonizzazione che ne ha fatto il Coro Bajolese. Pronti via, è inaccessibile. Con la coda tra le gambe, per tanto tempo, ho pensato che la distanza tra la musica che conosco e quella strana forma corale fosse troppa e che non potevo avvicinare la mia voce a quella melodia senza che una delle due perdesse verità. Ma Elvira è rimasta con me giorno e notte, chissà perché, in mezzo al traffico del centro di Torino, in certe lunghe ore solitarie, nei campi da calcio di periferia, fra Ben Harper e Nick Drake e, infine, si è lasciata cantare. E’ entrata nelle nostre serate di musica. Un po’ più piccola di come noi l’abbiamo conosciuta, ma come qualcosa da portare in dote quando siamo lontano da casa, con dignità, come un regalo da fare a tutti. Noi compresi”.

Mario Congiu