“Fisserò un punto”…


12/2015

La foto rappresenta un minatore ancora troppo giovane per essere strappato al processo produttivo… tu.

Caro Sergio,

qualche giorno fa, durante una conversazione telefonica, mi hai chiesto di distruggere il negativo di una foto che avevo scattato nel 1997, a quattro anni dall’occupazione della miniera del 1993, a quattro anni dalla nascita della nostra fratellanza. La foto rappresenta un minatore ancora troppo giovane per essere strappato al processo produttivo… tu. Rappresenta una persona ferma, giusta, solida, uno spirito indomito, un capo antico. La foto è stata scattata nell’officina elettrica della miniera di San Giovanni, verso la fine di un dicembre di qualche anno fa. Le mani che sostengono il fondale sono quelle dei tuoi compagni di lavoro e di lotta. Il telo è sporco perché sei stato tra gli ultimi operai a essere fotografato, il più schivo e il più complesso, quello più difficile da rappresentare.

Appena appoggiata la cornetta analizzo la tua richiesta parola per parola, cerco d’interpretare i tuoi sentimenti. Forse c’è il timore che il tempo della tua forza e della tua integrità sia finito, di non riuscire ad accettare la malattia, questo corpo in disfacimento fisico, e stai vivendo tutta questa fase come una sconfitta personale, quasi a rimproverarti di non continuare la lotta. O la paura di non poter governare questo passaggio con lucidità e autonomia…

Fratello! Compagno! Mi sono rivenute in mente tutte le volte che abbiamo parlato di fotografia a proposito del tema della memoria. E mi ricordo di quanto anche tu fossi convinto. La foto è fatta proprio per ricordare a tutti situazioni, luoghi e volti. È strumento per arricchire l’analisi dei fatti, per aiutare la verità a emergere, contro le contraffazioni, contro false verità a proprio uso e consumo. Se distruggessi questa foto, avrebbe senso dire che con la nostra fine si azzera tutto ciò che siamo stati in vita.

Di fatto tutte le azioni che abbiamo compiuto nella nostra vita ci sopravvivono, e tutti quelli che ci hanno conosciuto continuano a farci vivere nelle loro storie, nella memoria, nel mito. Per telefono ho risposto ma non come avrei voluto, con la franchezza e la profondità che ha sempre caratterizzato il nostro rapporto. Mi stavi comunicando che avevi perso la speranza, che è prerogativa di chi è vivo.

Oltre che dei tuoi genitori reali sei figlio di Marx, di Mazzini e di Garibaldi, di Bakunin. Sei un figlio nobile del tuo conterraneo Antonio Gramsci, il tuo pensiero e la tua azione sono sempre stati in equilibrio tra di loro. L’ho riportato nelle note e negli appunti che riguardano il tuo impegno politico e sindacale, l’ho osservato nei tuoi comportamenti quotidiani. I più deboli non dovevano avere mai timore della tua presenza e i più egoisti e arroganti avevano paura della chiarezza dei tuoi contenuti. Il tuo sguardo, in alcune occasioni severe poteva sembrare uno schiaffo improvviso, ma mai un’umiliazione per chi lo riceveva. Ora, chi anche solo una volta è entrato in contrasto con te si accarezzi la guancia offesa, raccolga e conservi l’impronta della tua mano nell’anima a memoria di un appunto fatto con forza, di un’affermazione di giustizia. E se ancora oggi non ci si capacita del motivo di quest’innocuo furore, se ne faccia in ogni caso una ragione perché lo schiaffo di un giusto è un buffetto nell’anima che risveglia la coscienza.

Nel corso della nostra vita siamo stati forti, sempre. Ci siamo sempre spalleggiati, quando qualcuno di noi cedeva l’altro stava li a ricordargli che non siamo nati per commiserarci. E’ bene che ora io te lo ricordi: non abbiamo mai ceduto, abbiamo guardato con forza a ogni problema piccolo o grande. Non puoi rimproverarti di essere stato debole. Se mi senti, caccia via questo timore, perché le chiare azioni che hai compiuto nel corso della tua vita ci aiuteranno in qualsiasi momento a prendere decisioni sensate, a essere migliori.

Sarai sempre presente nella mia vita e, quando avrò necessità di confrontarmi come abbiamo sempre fatto, fisserò un punto dove penso che tu possa stare a tuo agio e ti parlerò con il pensiero o ad alta voce.

Ho imparato, vivendo, che i buoni maestri si annidano in ogni dove: in un contadino, un operaio un professore o in un barbone. In tutti coloro che nutrono l’ambizione di vivere una vita serena, in accordo e pace con gli altri. Tu sei stato un buon maestro per tutti quelli che hanno voluto ascoltarti, perché hai tenuto sveglio il nostro senso civico e morale.

È per tutte queste motivazioni, e per altro ancora, che oggi mi sento in grado di prendermi la responsabilità, anche per te, di non distruggere quella foto ma anzi di diffonderla in modo tale che tutti sappiano com’è fatto il viso di un uomo libero e giusto. Caro Sergio, oggi come sempre nutro nei tuoi confronti un sentimento di stima totale e incondizionata, di un affetto fraterno che sa di legge universale”.


Lettera di Dario Coletti, fotografo documentarista, all’amico Sergio, minatore, tratta dal suo “Il fotografo e lo sciamano. Dialoghi da un metro all’infinito” (Postcart, 2013). Abbiamo avuto l’onore di legge questa lettera durante il nostro spettacolo dedicato a Woody Guthrie, l’8 novembre 2015 presso il Museo Etnografico di Aggius (OT). Dario Coletti ha diviso con noi la scena, accompagnando il racconto sull’America radicale degli anni Trenta con le sue fotografie dedicate ai minatori e i pescatori della Sardegna. Abbiamo intitolato questo esperimento – che vorremmo ripetere – “L’altra America chiama l’altra Italia”. Grazie a Dario Coletti, a Laura Pisu e tutta l’associazione culturale Malik per questa bella opportunità.

Dario Coletti è nato a Roma nel 1959. E’ vicedirettore dell’Istituto di Fotografia di Roma, dove coordina il master annuale di fotogiornalismo. Le sue fotografie sono esposte presso gallerie e musei nazionali e internazionali. Fra le ultime pubblicazioni, segnaliamo “Okeanos e Hades”, un lavoro di ricerca sul Sulcis Iglesiente.

Per saperne di più: www.dariocoletti.com