Gesù a New York


03/2016

La testimonianza di Fausto Amodei sul ruolo giocato in Italia dalla canzone di protesta americana

Conservo con religiosa cura un libretto pubblicato nel 1954 dalle Edizioni Avanti! Si tratta di “Ascolta, Mister Bilbo! Canzoni di protesta del popolo americano”, a cura di Roberto Leydi e Tullio Kezich. In questo libretto di 150 pagine è contenuto un piccolo tesoro di cultura folklorica, da apprezzare soprattutto tenendo conto della sua funzione anticipatrice rispetto ad analoghe iniziative editoriali successive: 27 canti di protesta, di lavoro, di mobilitazione sindacale, illustrate con testo originale, traduzione in italiano, partitura della melodia, più naturalmente note illustrative di contestualizzazione storica.

È la prima volta, se non sbaglio, che in Italia compare la dizione “canzone di protesta”, da “protest song”, già da tempo in uso negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone. In quel repertorio si trovano già tutti quanti gli elementi strutturali dalla canzone politica di base, che noi dei Cantacronache avremmo riscoperto pochi anni dopo nel canto sociale italiano e nella composizione delle nostre canzoni “d’autore” (come sarebbe di nuovo accaduto con il Nuovo Canzoniere Italiano, sia nel campo della ricerca, che nel campo della proposta di nuove canzoni).

Questi elementi strutturali sono in particolare: la estrema concretezza dei testi, i quali si riferiscono con precisione a fatti, personaggi, luoghi, tempi, oggetto dalle canzoni, con pochi ricorsi a metafore, perifrasi ed allusioni velate (si tratta, insomma, di “dire pane al pane”); una musica ispirata a melodie di tradizione orale provenienti spesso da aree e tempi lontani, anche usate originariamente per trasmettere contenuti affatto diversi. In sintesi, il canto sociale deve essere orecchiabile, indurre la gente a memorizzarlo e cantarlo facilmente.

Un personaggio che nell’antologia emerge prepotentemente, e rappresenta più di altri questi elementi e questi “dispositivi” è Woody Guthrie, di cui sono riportate alcune canzoni fra le quali:

You gotta go down (Devi iscriverti) rappresenta in due strofe stringate l’incitamento a prendere la tessera del sindacato. Il fatto singolare è che la melodia è quella di un vecchio inno religioso che incitava i fedeli a prendere i sacramenti.

Gotta Get to Boston (Devo andare a Boston) si riferisce all’assassinio di Sacco e Vanzetti, ma non è un resoconto della tragica vicenda dei due anarchici italiani: vuole esprimere la determinazione di andare a Boston, dove Sacco e Vanzetti stanno per essere giustiziati. Singolare, anche in questo caso, la melodia adottata, che è quella di una precedente canzone popolare intitolata Root hog or die, cioè letteralmente “Grufola, porco, o muori” che equivale al nostro “Mangia questa minestra o salta da questa finestra”.

La più significativa delle canzoni di Woody è Tom Joad, che vuol raccontare in ben 19 strofe la storia del protagonista di “Furore” di John Steinbeck.

“Ho scritto questa ballata perché sapevo che i contadini dell’Oklahoma non avrebbero avuto due dollari per comprare il libro di Steinbeck, né trentaquattro centesimi per vedere il film di John Ford. Una canzone non costa niente: e così pensai di mandare fra loro questa, perché ripetesse le parole di Casy, il predicatore”.

Anche in questo caso la melodia è quella di una precedente canzone che narrava le gesta di un fuorilegge di colore, John Hardy. Tuttavia, il salto più spericolato fra il nuovo testo ed il testo della melodia originaria avviene nella canzone Jesus Christ: in essa Guthrie parla di Gesù, paladino dei poveri, sull’aria della canzone su Jesse James, il famoso bandito che, finita la Guerra di Secessione, infestò il Mid-West svaligiando banche ed assaltando treni e che finì ucciso da un compagno di banda. L’adozione disinvolta di questa melodia deriva forse dal fatto che, nel testo originario, Jesse James è presentato come un novello Robin Hood, che ruba ai ricchi per donare ai poveri. Il “piccolo,sporco codardo” che nella canzone originaria sparò a Jesse James diventa, nella canzone di Woody Guthrie, Giuda Iscariota. La canzone finisce con questo verso:

“Questa canzone è stata scritta a New York, fra ricchi, predicatori e schiavi; se Gesù predicasse qui come predicò in Galilea, lo manderebbero diritto al cimitero”.

— Fausto Amodei


Fausto Amodei

Fausto Amodei è uno dei più importanti e prolifici autori italiani di canzoni di protesta, di critica sociale, di impegno politico. Protagonista dell’esperienza del Cantacronache, che fra il 1958 e il 1962 aveva unito musicisti e autori come appunto Fausto Amodei, Emilio Jona, Michele Straniero, Sergio Liberovici e Giorgio De Maria, con la collaborazione prestigiosa di scrittori, poeti, intellettuali fra i quali Italo Calvino, Franco Fortini, Gianni Rodari, Umberto Eco. Il Cantacronache intendeva contrastare lo sfruttamento commerciale della canzone italiana, “evadere dall’evasione” di matrice sanremese, dalla celebrazione canora della morale dominante (i temi Dio Patria Famiglia, la donna schiacciata sotto il peso dello stereotipo, o mamma o diabolica tentatrice) per risvegliare il senso critico del pubblico: rivendicazioni e scioperi, licenziamenti e serrate, morti bianche e critica al costume venivano dunque restituiti alla canzone. Il Cantacronache si ispirava a Déssau, a Prevert, alle feroci ballate in rima di Brassens, all’effetto straniante di Brecht musicato da Weill. Ma anche alla tradizione popolare: in armonia col pensiero dello studioso Ernesto De Martino, i protagonisti di Cantacronache credevano nel potenziale progressivo del folklore: quasi che il disinvolto interscambio fra cultura “alta” e “bassa”, oltre a contribuire al superamento della fissità dei generi musicali tradizionali, traducesse in musica il rifiuto del principio autoritario dell’ognuno “al suo posto”, di quella frammentazione della società che il fascismo, esasperando gli esclusivismi corporativi, aveva promosso.


Vi proponiamo l’ascolto di uno dei brani più attuali e rappresentativi del repertorio di Fausto Amodei, intitolato “Il tarlo”. Cogliamo l’occasione per ringraziare l’autore di aver partecipato alla nostra Rivista con l’umanità, l’umiltà, la precisione e la competenza di sempre.


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