Il pensiero che ci accompagna


03/2015

Alberto Peretti è un filosofo che pensa fuori dal coro e scrive con il talento del solista.

Per sprogettare finalmente il nostro lavoro, per metterlo letteralmente in gioco, per dare ai nostri racconti fatti di musica più musicalità possibile, ci siamo accorti di quanto sia indispensabile una teoria, un repertorio d’idee. L’incontro con Alberto Peretti è stato da questo punto di vista davvero importante: ha concentrato tutti i suoi studi sul tema del lavoro italiano e pensa fuori dal coro. Negli ultimi anni, i suoi libri sono stati nostri compagni di viaggio sempre meno occasionali, ci hanno aiutato a crescere più consapevolmente in direzione dell’artigianalità, a capire come certe cose che facciamo intuitivamente abbiano in realtà radici profonde nella nostra storia, nella nostra identità collettiva.

Con Alberto sta nascendo una collaborazione che lo porterà ad accompagnarci più volte nelle nostre serate, a partire da quest’estate. In aprile uscirà il suo ultimo libro, “Il lavoro italiano come arte di vivere. Per una rinascita economica e civile” (Ipoc). Marco è l’autore della premessa, che volentieri pubblichiamo qui di seguito per voi, come piccola anteprima:

Esiste una via mediterranea al lavoro, italiana in particolare, che possa guidarci fuori da questa paralisi frenetica, culturale e spirituale prima ancora che economica e finanziaria? Che cos’è, di preciso, il lavoro italiano? Attiene soltanto alla qualità dei manufatti – è insomma tutto ciò che vive dietro alla definizione di “Made in Italy” – o è piuttosto una chiave di volta possibile della nostra vita collettiva, in ogni sua manifestazione?

I libri che il filosofo Alberto Peretti in questi anni ha dedicato al tema del lavoro ispirano persone, imprese e associazioni. In quest’ultimo, “Il lavoro italiano come arte di vivere” – una sorta di compendio in cui tutte le sue riflessioni sono sistematizzate – Peretti ci offre qualcosa di importanza vitale e non più rimandabile: una prospettiva diversa e rigenerata da cui guardare il mondo del lavoro, un pensiero articolato, ordinato e puntuale.

Secoli di storia hanno reso il nostro Paese quello straordinario concentrato di saperi, abilità e gusto che lo distingue nel mondo. L’Italia è una meravigliosa anomalia culturale, in cui ogni poche decine di chilometri cambiano dialetto, carattere delle genti, tradizioni, cucina, paesaggio, architettura, arte e artigianato. A gioco lungo, la globalizzazione potrebbe assegnarle il ruolo che le è più congeniale, che più attiene alla sua antica vocazione, e cioè quello di produrre qualità e bellezza. Ma il lavoro andrebbe riconquistato alla vita, dovrebbe ritornare al centro dell’economia e non essere una sua derivata. Andrebbe inteso nuovamente come lavorio, stratificazione di saperi inestimabile quanto una lingua in cui esprimersi, un terreno in cui avere una cittadinanza, una storia in cui conoscersi.

Nell’assistere al dibattito che in questi anni è imperversato sul lavoro, invece, l’impressione è che si sia arrivati a un punto di non ritorno: le categorie che lo attraversano appaiono consunte, il dibattito medesimo si è trasformato in polemica, la polemica in una rappresentazione in cui le battute degli attori paiono assegnate, scritte in un copione che nessuno o quasi ha il coraggio di rivisitare. Il tasso di retorica di questi anni rivela l’incapacità delle idee in circolo di prefigurare nuovi scenari. L’orizzonte si è ristretto, il linguaggio si è svuotato, le parti sociali si confrontano sotto lo stesso cielo, sopra lo stesso terreno, conoscono le strade del compromesso e non quelle della sintesi. Si muovono nella retorica della performance o in quella del diritto. Dietro le parole non c’è più la cosa.

Non si sente quasi mai parlare di lavoro vivo, ma di occupazione e disoccupazione, posti guadagnati e persi, norme e contratti, facilitazioni e tassazioni. Di praticantato, scatti, anzianità, pensionamento. Non si sente quasi mai parlare di cosa sappiamo fare, di cosa vogliamo fare, di cosa viviamo per fare. Di capolavoro, di maestria, di vocazioni, in definitiva di lavoro come dimensione in cui poter provare a vivere se stessi pienamente. Risultando poi, proprio per questo, autenticamente produttivi. Di questo passo, il rischio è duplice: da una parte, diventare esperti di una cosa solamente, e cioè di quello che non si è tenuti a fare; dall’altra, scambiare la modernità con l’invocare la Ripresa invece della Provvidenza.

Alla cultura spetterebbe un ruolo chiave nel rinnovamento, ma è considerata quale mera industria delle attività legate all’intrattenimento del cittadino/lavoratore nel suo tempo libero. Produce festival, stagioni teatrali, cartelloni, è diventato un settore produttivo verticale, materia di specializzazione per operatori culturali e uffici stampa, un formidabile accumulatore di pubblico prima che un propagatore di idee. Corre troppo veloce per seminare. E’ diventata anch’essa rappresentazione, obbedisce a codici prescritti, insegue il mondo e così non può prefigurarlo. Ha abbandonato il quotidiano, il laboratoriale, l’orizzontale, il periferico. Non accede ai luoghi di lavoro, non riguarda il lunedì mattina. Non criticando l’esistente nel profondo, finisce per celebrarlo. E’ consolatoria, organica alle amministrazioni, sempre più multidisciplinare e sempre meno indisciplinata. In un contesto simile, in cui l’immaginario collettivo è a tal punto impoverito, la crisi economica non può che apparire come un’apocalisse invece che una trasformazione, per quanto profonda, dolorosa, indesiderata, enigmatica.

Ma come la bellezza comincia dallo sguardo e i valori dai comportamenti, e non viceversa, una nuova e più completa ricchezza non può che cominciare da un lavoro rinnovato. Una rivoluzione silenziosa di cui il nostro Paese ha un bisogno disperato. Occorre un pensiero che la prepari, finalmente non d’importazione, un intellettuale che la fondi su basi storiche e teoriche solide, che la proietti oltre l’intuizione. Ecco perché considero Peretti e questo suo libro così importanti: perché mi pare assolvano a questo difficile compito.

— Marco Peroni

 

Alberto Peretti, filosofo, counselor filosofico, formatore. Insegna Filosofia del Lavoro e delle Organizzazioni. Da tempo si occupa del tentativo di riconciliare lavoro e vita, logiche produttive e ricerca di una vita professionale degna di essere vissuta. Ha scritto, tra l’altro, I giardini dell’eden. Il lavoro riconciliato con la vita, Liguori; La sindrome di Starbuck. Il lavoro attraverso la letteratura, Guerini; Il lavoro italiano come arte di vivere. Per una rinascita economica e civile, Ipoc.

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