La miniera di storie e quella di idee


06/2015

Portare la storia di Adriano Olivetti in un villaggio minerario in Sardegna.

Visitando la Miniera di Rosas, attiva da circa metà Ottocento fino al 1980, si rimane colpiti dai dettagli. Non è una sorpresa il buio, né la strettezza dei cunicoli e la scomodità del camminare piegati a metà. Non c’è sorpresa nemmeno nella storia che vi viene raccontata, perché le sofferenze, le cifre, le date sono più o meno risapute. Eccole: dodici ore al giorno di lavoro, sette giorni su sette, fino al primo sciopero del 1904 che ha liberato finalmente la domenica. I bambini messi al lavoro sin dagli otto anni, con il bel compitino di ficcarsi nei cunicoli per primi dopo le esplosioni, a dividere le pietre in mezzo al fumo, quelle con lo zinco da una parte e quelle senza zinco dall’altra. Le donne tutte chiuse in laveria, un edificio di lamiera, ghiacciato d’inverno e infernale d’estate, a respirare gli acidi che servono per separare i metalli. Per tutti, il licenziamento automatico a silicosi sopraggiunta, una questione di anni, e addio. Questo si sa, dicevamo. Quello che colpisce sono i dettagli. Quel martello pneumatico di trenta chili arrivato in miniera a un certo punto, dopo cinquant’anni almeno di mazzetta, salutato come una conquista e rivelatosi invece una maledizione. Trapanava ancora senza getto d’acqua, producendo così tanta polvere pericolosa da accorciar la vita al minatore e non di poco. I dettagli, dicevamo. Il fatto che per farlo funzionare occorreva spingerlo col petto contro la parete, in orizzontale, per fare più pressione. Pietra contro ferro, ferro contro carne, dodici ore al giorno. Eppure, passeggiando nel villaggio minerario (a Rosas vivevano circa settecento persone), quello che si percepisce è un misterioso equilibrio fra dolore e orgoglio che lascia pensare. Come se tanta sofferenza avesse generato un patrimonio di sensibilità, umanità, coscienza da non disperdere per nessuna ragione.

Portare la storia di Adriano Olivetti nel villaggio minerario non è stato solamente un viaggio nella memoria industriale del Paese, in un gioco furbetto di suggestioni. Lo abbiamo fatto in punta di piedi e, se abbiamo battezzato la serata “una miniera di storie ed una di idee”, è per far capire almeno questo: che eravamo lì per imparare qualcosa.

La storia di Manlio Massole, per esempio. Non lo abbiamo conosciuto di persona, eppure la sua impronta, sul nostro viaggio in Sardegna, ci è rimasta eccome. Grazie alla passione con cui ci è stato raccontato dai nostri amici sardi. Chi è Manlio? Semplicemente, si fa per dire, un maestro elementare che per farsi capire dai bambini della sua classe, tutti figli di minatori, ha deciso un giorno di entrare in miniera anche lui. E ci è rimasto vent’anni, accecato dalla luce interiore dei compagni di lavoro, dal loro senso di appartenenza a un’umanità comune e universale, sviluppato per assurdo proprio nell’inferno buio, stretto e polveroso.

Manlio Massole ha sempre scritto. Ha pubblicato due raccolte di versi, “Risacca” e “Bethger: il lungo dolore” e il romanzo “Stefanino nacque ricco”, Manni Editore, in cui racconta la vita di persone impegnate nel cammino verso l’affrancamento dalla schiavitù della miniera.

Quale insegnamento porti con sé una storia del genere, lo stabilirà ognuno.

A noi basta portarla in dote, al ritorno del nostro viaggio, e condividerla con voi.

Pelle di mulo

Ho preso la croce
della mia gente in croce.
Ora anch’io ho lo sguardo
del mulo imbrigliato.
Otto ore serviamo da servi
otto ore imbestiati in pelle di mulo.
Gli uomini son loro, i padroni del mondo.
Ma non è un segreto
che prepariamo lotte e vittorie
per bruciare tutte le pelli di mulo.
Ad uno ad uno tutti gli uomini
risponderanno a nome d’uomo.
Ho sentito sulla schiena
la bastonata che fa ribelli:
se imparo la calda vernaccia tra gli amici
nessuno dirà più: è quello
che ha la casa piena di libri.

— Manlio Massole


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