Nella luce di San Bernardino


06/2019

Per Giovanni Martino Spanzotti la pittura dovette sorgere da una pratica artigiana. Pittore il padre, pittore il nonno…

Il 31 maggio 2019 abbiamo portato il nostro spettacolo “Direction Home” nella chiesa di San Bernardino a Ivrea, su invito della Fondazione Adriano Olivetti. Un luogo tutt’altro che casuale: l’annesso convento francescano fu residenza di Camillo Olivetti e della sua famiglia dai primi anni del Novecento, mentre molto più tardi venne destinato da Adriano a sede del gruppo sportivo ricreativo dell’azienda. Abbiamo inteso concludere la serata con una breve lettura tratta dal bellissimo saggio di Giovanni Testori dedicato al “Ciclo della vita e passione di Cristo”, il noto affresco realizzato nel tramezzo della chiesa da Giovanni Martino Spanzotti fra il 1486 e il 1491. Ci piace riportarla anche qui, a beneficio di chi non era presente in sala.

“Per Giovanni Martino Spanzotti la pittura dovette sorgere da una pratica artigiana. Pittore il padre, pittore il nonno. Ma proprio il padre, inorgoglito dal fresco ingegno del figlio, pensò di levarlo subito al tran tran della bottega: alle volte non arrugginisse anche lui, lì con loro. Tra Varese, Milano e Casale Martino vedette molto, condizione perché l’occhio si aprisse a un paesaggio più concreto e vasto, più moderno.

Ma nel suo lavoro del Rinascimento non vi sarà presente né l’aura, né il sospetto. Martino con la critica non ha mai avuto grande fortuna. Finché lo si vorrà attaccare, come ultima ruota, alla biga del Rinascimento la sua storia (la sua crescita sino al culmine d’Ivrea) non potrà essere intesa.

La nebbia casalese e la luce alpina lo accompagneranno in queste tavole che sanno di fumo come quegli anni e anni trascorsi nelle cucine di casa, a lato dei grandi camini, a ripararsi da un’acutezza di venti troppo fina e gelata. Un rigore che da climatico si andrà facendo morale.

Ivrea fu per Martino la grande occasione. Figuriamoci l’emozione del vecchio padre:

Per adesso il mio Martino è lì che lavora. E dice che più che disegnare, bisogna colorare e che prima di colorare bisogna guardare, guardare tutto con cura e con amore, anche le cose che nessuno ha mai notato… e allora, sembra da ridere che un maestro a cui hanno affidato tutta la storia di Cristo su una parete, si fermi a parlare con la gente che passa per le strade non finisca mai di guardarla, studiarla, quasi cercasse in mezzo a quei poveri diavoli chi potrà far la Madonna e chi il San Giuseppe, che gli angeli e chi il Battista!

Tante volte, verso sera, se ne va da solo a veder come diventa notte nei boschi.

E osserva le bestie, le tocca come se volesse conservarne forma e calore. A tavola lo sorprendiamo a prendere un bicchiere di vino e metterlo in direzione d’un raggio di sole che dalla finestra cade giù sulla tovaglia, ed è capace di osservare per tutto il resto della cena i riflessi ora rosa, ora viola…

Di quel continuo osservare del figlio, il vecchio padre avrà ulteriore prova a Ivrea, dov’era salito per dargli l’appoggio del suo cuore. Si trovò davanti la scena dell’Annunciazione:

Martino, ma quella è la nostra cucina! La stessa finestra, le stesse ombre… e quello che spunta di fuori è il tiglio del nostro orto… a sinistra c’è il caminetto, e a destra si va nella mia stanza…!

E per poco che si fermasse a guardare, al vecchio padre sarà parso di sentire al di là della porta la moglie che metteva ordine, rumor di panche, armadi che si aprivano e si chiudevano, fruscii d’abiti, mezze parole.

Si guardi la Crocefissione, l’estrema concessione che il valligiano Martino poteva concedere alle poetiche del Rinascimento. Sono memorie di viaggio, niente più, perché la sua fu una poesia di riserbo piemontese, poesia di popolo: membra di contadini, gambe che han seguito gli asini su per le mulattiere, braccia che han vangato, ventri che han gioito stringendosi alle moglie sgangherate dai troppi figli e dal troppo lavoro, schiene piegate dalle gerle e dalle pietre.

Ma a Ivrea il vecchio padre ebbe occhi soprattutto per il miracolo di Martino: quell’aria violetta, quell’aria di neve, quell’aria che anche nelle scene notturne sa scaldarsi nella carità di ogni cosa, anche la più umile, e la più modesta…”

Da Giovanni Testori, “Giovanni Martino Spanzotti. Gli affreschi di Ivrea”, Centro culturale Olivetti, 1958.