Una canzone senza finale


02/2015

L’esatto contrario di quando a teatro sentite un attore che legge e vi arriva solamente il mestiere.

In tutti i mestieri che si rispettino, ci sono allievi e ci sono maestri. In tutti i viaggi, i compagni di viaggio. In questo numero, teniamo moltissimo a presentarvi Stefano Giaccone che, in un modo o nell’altro, da almeno vent’anni divide con noi la sua bottega e la sua strada. Quando si usano certe parole la retorica è sempre dietro l’angolo, pare si possa affacciare da un momento all’altro e rovinare tutto, ma davvero è maestro la parola da usare, davvero è viaggio, davvero è strada. Il suo lavoro è molto importante per noi, lo è stato dall’inizio per ragioni che non si possono raccontare in un articolo solo, nemmeno quando è sentito come questo.

Nello spazio che ci siamo presi per fare valere regole tutte nostre – questa rivista dove si dice che la musica non è un trampolino di lancio per esibizionisti, dove si dice che la cultura o è critica all’esistente o è celebrazione, dove non si fa informazione intesa come attualismo o cronaca – la voce di Stefano non può mancare e non può essere altro che ai primi posti.

Stefano scrive, canta, suona, recita. Il sax, certo, la chitarra, quel suo modo di infilare le parole una dopo l’altra facendo girare la testa, il sangue. Soprattutto, però, Stefano è un mondo. Ed eccola, la retorica che si affaccia. Eppure, si, è davvero mondo la parola da usare. L’esatto contrario di quando a teatro sentite un attore che legge e vi arriva soprattutto il mestiere, la fatica che ha fatto per levarsi l’accento, tutto quel tempo a diventare perfetto, ma non vi arriva l’unica cosa che conta, il mondo dietro di lui. Non lo sentite perché non c’è. C’è il curriculum ma è sparita la biografia. Stefano Giaccone invece è la persona che legge, la persona che canta, la persona che suona. Non ci sono rappresentazioni, nessun copione a farla da padrone e può succedere di ridere, di piangere, di annoiarsi con pieno diritto, o cambiare per sempre punto di vista su qualcosa. Di sicuro, da ogni sua performance si porta via un’immagine da appendersi nel cervello, da far vedere agli ospiti che verranno a trovarci, che lasceremo entrare ancora nei nostri pensieri. Dietro l’arte di Stefano c’è una certa Torino, gli anni Settanta, gli Ottanta, i quartieri operai, ci sono le vie, i bar che hanno chiuso, i mattoni su cui sono rimasti i segni di qualche scritta, i nomi, i graffi, il pensiero di com’erano giovani le mani che li hanno lasciati. C’è soprattutto la fabbrica, sullo sfondo di una scena d’amore, le cantine dove scappare in cerca di altre sirene, nicchie sporche di civiltà.

Avere un mondo è tutto, solo chi ha un mondo è riuscito a parlare a qualcuno, a tanti, a tutti. Perché fanno sognare soltanto le storie in cui si possono vedere dietro le insegne dei locali, diventano universali soltanto le storie particolari, successe o ambientate in qualche posto preciso.

Ma andiamo un poco alla volta. Cominciamo con il presentarvi chi è Stefano, e – subito dopo – a proporvi un paio di cose che abbiamo fatto con lui e per lui: una canzone, “Come mi amerai”, arrangiata da Mario per un disco fatto in comune dieci anni or sono; un racconto, “Fratello di bottega”, scritto da Marco per fare da introduzione al suo ultimo libro di racconti.

Stefano Giaccone (in breve)

Nato a Los Angeles nel 1959 e prestissimo torinese, Stefano ha iniziato a suonare nel 1973, seguendo numerosi e differenti generi musicali: folk-rock e jazz, punk e avant-garde rock, suonando in centinaia di locali in Italia e in molti paesi europei, da solo o in gruppo. La sua carriera musicale si è sviluppata all’interno del panorama indipendente e underground, ma è stata molto apprezzata dalla critica musicale. Nella scena italiana ha assunto un ruolo centrale come fondatore di Franti, l’etichetta “Blu Bus” e il lavoro triennale con i Kina, una delle punk bande italiane più note. In collaborazione con Lalli, la cantante dei Franti, ha dato vita a numerosi progetti come Ishi e Howth Castle, aprendo anche per i Sonic Youth nell’estate 1998, a Milano. Nello stesso anno Stefano ha pubblicato il suo primo album da solista, “Le stesse cose ritornano” usando lo pseudonimo di Tony Buddenbrook. A questo ne seguiranno molti altri ancora: vi segnaliamo, su tutti, “Tutto quello che vediamo è qualcos’altro” (dedicato al Galles, nel frattempo diventato la sua nuova terra, e suonato con il chitarrista Dylan Flowler), “Tras os Montes” e “Come un fiore”. In collaborazione con Mario Congiu, ha partecipato alla compilation “Come fiori nel mare” dedicata a Luigi Tenco e, nel 2004, ha realizzato l’album “Una canzone senza finale”. Ha pubblicato due libri di racconti, “La vena d’oro” e “Nati per questo”, entrambi con l’introduzione di Marco Peroni. Fra i suoi spettacoli teatrali, vogliamo ricordare almeno gli ultimi due, bellissimi: “Modern” (in collaborazione con il gruppo Airportmen) e “Occhio folle, occhio lucido” (dedicato alla poesia di Guido Seborga).

 

Come mi amerai

 

 

“…sono i miei italiani, come lo sono i protagonisti della copertina, un saluto, una cena, un istante, come un ballo. Quel movimento mi ha affascinata. Mi piace prendere la macchina fotografica e farmi quasi invisibile per cogliere uno sguardo, una storia…”

— Laura Mondini

 

Quante cose vivono in un’immagine sola.

8 luglio 2003, Torino. E’ come se, nel momento in cui Laura ha scattato questa foto, qualcuno ci avesse gridato da dietro la macchina qualcosa tipo “cercate di sembrare più italiani possibile!”. Avevamo scelto la pizzeria “da Cristina” per la qualità della pizza che avremmo mangiato facendo le foto. Io e Stefano avevamo lasciato da poco lo studio di casa mia dopo aver finito il missaggio del nostro nuovo disco. Sfiniti, ma pronti a partire per una bella serie di concerti. Stavamo lavorando da più di un anno, tra Torino e il Galles, alla registrazione di alcune canzoni senza un vero obiettivo. Senza coerenza di stili o autori, guidati da un gusto trasversale, personale e libero dalle sentenze dei successi commerciali.

Come scambiandoci vocaboli per creare una linguaggio comune, approfittavamo d’ogni momento libero per entrare in profondità nella nostra memoria musicale e riscrivere, in un certo senso, canzoni che ci hanno segnato l’anima. Lavoravamo per rinverdire il repertorio e trovare nuove date, poi per lasciarci andare al gusto di interpretare. Tutto questo aveva dato come risultato una cartella nel mio hard disk – titolo di lavorazione “I miei italiani”, parafrasando Celentano – piena di belle canzoni, da De André ai Truzzi brothers, da Jannacci ai Perturbazione, da Fossati a De Gregori. Nulla di genere però. Una decina di canzoni pronte a diventare un disco pubblicato nel marzo del 2004, dal titolo “Una canzone senza finale”, dall’etichetta di Firenze Santeria.

Era il momento di mettere a frutto tutte le esperienze maturate in quel periodo, essere arrangiatore di me stesso. Stefano interprete, un privilegio assoluto. Il dettaglio era fondamentale, la cura del suono, finalmente, centrale. Il repertorio ce lo concedeva, era già pronto. Non inventare ma realizzare.

La mia collaborazione con Stefano era iniziata dieci anni prima, ai tempi della Bandamanera. Lui e Lalli rappresentavano per noi tante cose: su tutto, la musica indipendente, l’autoproduzione, i posti occupati, i Franti e i Kina. Nel 1997 avevo registrato il primo disco da solista di Stefano, “Le stesse cose ritornano” (pubblicato con lo pseudonimo Tony Buddenbrook) e da allora la nostra collaborazione è proseguita a più riprese, fino a oggi.

Oltre a quelle dei grandi autori nel disco ci sono due canzoni nostre: una mia, intitolata “Fabbrica” (ma questa è un’altra storia) e l’altra di Stefano “Come mi amerai”. E’ proprio questo il pezzo che vi proponiamo di ascoltare.

— Mario Congiu

 

 

Fratello di bottega

Sono seduto a un enorme tavolo con altre venti persone circa, tutte piuttosto conosciute in città, che a vario titolo si interessano al tema lavoro. Mancano circa tre mesi alle elezioni amministrative, qui a Ivrea, e qualcuno sta cercando di far nascere una lista civica in grado di migliorare le cose. Il tentativo fallirà, ma qui non ci deve interessare. Uno dei presenti è membro del sindacato più attivo nel tessuto industriale del territorio e sta parlando da lunghi minuti. Sta ripetendo ancora una volta che siamo sull’orlo del baratro – o, comunque, all’interno di un declino inesorabile, fatevene una ragione – e che qualunque tentativo di ragionare di settori produttivi diversi significa perdere tempo. Niente potrà restituire i posti di lavoro che nella manifattura si stanno perdendo giorno per giorno.

Io sto diventando nervoso e fatico a restare fermo sulla mia sedia. Quello che mi sta irritando è precisamente la musica che stanno facendo le sue parole, la cellula melodica più ricorrente (ognuno di noi ne ha una) all’interno del suo discorso. Quando il pensiero di qualcuno si ammala, quando i suoi occhi cercano ormai solamente conferme, quando non sanno più guadagnare nuove prospettive, le sue note si ripetono all’infinito e non lasciano entrare più alcuna variazione. E’ una cantilena in cui sento vibrare qualcosa di intellettualmente violento, è una ninna nanna che mi vuole cullare, addormentare, spegnere, rassegnare. Che mi invita a un sonno senza più sogni.

A un certo punto, dall’angolo del tavolo più lontano, sento arrivare una musica diversa. Mi fa bene come un sorso di acqua fresca in mezzo a un deserto. E’ una donna sui trentacinque, bionda, minuta ma in qualche maniera forte. Parla timidamente ma porta con sé qualcosa di nuovo e conquista subito l’attenzione di tutti. La sua canzone è diversa, viene da un’anima – lo sento – capace ancora di sogni e gratitudine e soddisfazione. Decido di concentrarmi anche sulle parole. Maria, si chiama così, sta raccontando una storia piccola ma bellissima, manda una luce di cui tutti a questo tavolo abbiamo bisogno. Dice che lei un posto fisso ce l’aveva eccome e ben pagato, proprio in una grande azienda locale, ma che l’ha lasciato per inseguire il sogno di coltivare il suo pezzo di terra. Così ha messo in piedi un’azienda agricola. Dice che dopo due anni di duro lavoro quest’anno lei e il marito assumeranno un ragazzo, forse addirittura due. La verità è che faticano a trovarlo, nessuno pare più disposto qui a lavorare la terra. La sua espressone, mentre pronuncia queste ultime parole, è però più divertita che indignata. Con gli occhi pare aggiungere qualcosa tipo “naturalmente so che non è così, devo solo continuare a cercare… in fondo, è normale… qualcuno racconta ai ragazzi il bello del nostro lavoro?”.

L’uomo reagisce come a un affronto. La sua musica esce dalla sua bocca a un volume più alto, insensato e spiacevole. Tiene a conservare il controllo del tema che stiamo suonando, attacca Maria chiedendole sgarbatamente quanto guadagna. Lei si fa rossa, forse più per imbarazzo che per irritazione. Dice la cifra, lo fa con estremo candore. E’ poco, è molto poco per una persona che lavora anche dieci, dodici ora al giorno. Aggiunge però una cosa, che per lei vita e lavoro sono mischiate, non riesce proprio a tirare una riga e separarle, metterle una di qua e una di là. Guadagnava di più prima, dice, ma vive meglio adesso. Sono anni che non sento cantare nessuno con una simile dignità. Comunque, conclude, sa benissimo che quella è una sua scelta e il ragazzo che sta cercando avrà un regolare contratto, non dovrà certo stare sui campi con lei dall’alba al tramonto.

L’uomo la incalza, il suo volume adesso squarcia le casse. Ha bisogno di riportare la piccola impresa di Maria nell’ombra. Spiega che è normale che non stia trovando nessuno. Pochi soldi e troppe ore, per di più a zappare. Le parole che lei ha appena usato per descrivere la felicità nel sudore di certe mattine, non le ha volute sentire. E’ spaventato da una prospettiva in cui vita e lavoro siano riconciliate. Le ha sempre viste lontane, divise. Se la vita resta fuori dai coglioni, materia del tempo libero, allora le ore di lavoro possono essere contate, misurate, difese, vendute, contrattate, monetizzate. Giustificano il braccio di ferro in cui lui stesso è protagonista, di cui riconosce le regole, l’avversario, le sconfitte e le vittorie. Non riesce a vedere nel racconto di Maria (di cento Maria) alcuna opportunità economica per il territorio, perché in testa ha l’economia di sempre, il territorio di sempre.

Ho ripensato più volte a questo piccolo episodio. Mi sono permesso di raccontarvelo perché nella mia testa la musica di Maria e quella di Stefano Giaccone stanno nello stesso posto, si tengono per mano. La musica che Stefano emette quando parla, quando legge in pubblico, quando scrive un racconto (e si, certo, anche quando suona e canta!) per me è davvero importante perché in certi momenti mi ha ricordato che potevo scegliere, che quello che ero e quello che facevo potevano diventare la stessa cosa, certo a costo di grandi sacrifici. Non ero obbligato a vincere, non ero obbligato a perdere, ero obbligato a tirare di lima. Stefano è un vero artigiano italiano. I suoi manufatti (dischi, libri, concerti) sono tutt’uno con la sua vita, i suoi ideali, i suoi tormenti e i suoi traslochi. I suoi lavori non si possono misurare in termini di soldi, di visibilità, di successo. Non si possono misurare. Per questo la musica che emettono anche questi nuovi racconti è pulita, perché serve alla maniera in cui servono i fiori.

E’ nato per questo, Stefano, e per questo il suo disco non si è ancora incantato. Chi lo conosce, sa che lui firma tutti i messaggi con due sole parole, “mai soli”. Ci ricorda così, anche alla fine di una semplice e-mail, che la magia però funziona soltanto se stiamo vicini, soltanto se stiamo insieme. Perché è soltanto con l’aiuto degli altri che possiamo sperare di non fare saltare mai la puntina.

— Marco Peroni

 

È possibile che molti dei lavori pubblicati da Stefano Giaccone siano di difficile reperimento (dischi andati esauriti, etichette non più in attività). Per qualunque vostra curiosità o richiesta, proveremo ad aiutarvi. Scriveteci a direzione@pubblico-08.it. Per avere il libro di Stefano Giaccone “Nati per questo”, invece, contattare le Edizioni Erranti (Editoria indipendente – Libero sapere).

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