Viva Freak!


02/2015

Celebrare vuol dire sempre neutralizzare e noi per Freak abbiamo tutte altre intenzioni.

Poco più di un anno fa ci lasciava un artista che abbiamo avuto la fortuna di conoscere da vicino, anche se per una sera soltanto, e con cui abbiamo vissuto qualcosa di speciale che vorremmo condividere con voi. A dire la verità, artista è una parola che oramai si usa troppo spesso, quando la si sente si diventa quasi sospettosi, come se nascondesse per forza una fregatura. Ci piacerebbe che qui avesse tutto il peso che deve avere.

Roberto Freak Antoni ha fatto molto ridere e ballare in più di trent’anni di carriera, sempre a dispetto dell’intelligenza, mai senza. Verrebbe quasi da scomodare in suo onore quella famosa distinzione di Carmelo Bene fra genio e talento: “c’è chi ha talento, sceglie di fare l’artista e fa tutto quello che sa; c’è chi invece è un genio, di essere artista non ha scelto per niente e fa tutto quello che può”. Ma celebrare vuol dire sempre neutralizzare e noi per Freak abbiamo tutte altre intenzioni. Lo vorremmo semplicemente ricordare con un piccolo aneddoto, che a pensarci bene tanto piccolo non è. Tempo fa – il 23 maggio 2012 – abbiamo avuto l’onore di ospitarlo a Ivrea, una sera in cui raccontavamo a modo nostro la vita di Andrea Pazienza, con la musica dei Nirvana. Lo abbiamo invitato perché volevamo offrire al nostro pubblico qualcosa di speciale, una testimonianza di qualcuno che Paz l’aveva conosciuto davvero, frequentato, visto disegnare. In tanti ricordano ancora quel suo intervento lungo, appassionato e imprevedibile, in cui l’amicizia con Andrea era ancora viva, la Bologna di fine anni settanta sapeva ancora di vernice, lacrimogeni, canzoni.

E’ stato bellissimo dividere il palco con lui, il suo candore feroce, l’occhio furbo che ti cerca per cavarti una battuta, l’intelligenza zampillante, la vocazione al gioco, al “farla da bambino” anche nel gorgo della malattia. Le foto che riportiamo in fondo all’articolo ci piacciono per questo, raccontano benissimo la nostra felicità vissuta in punta di piedi, una felicità onorata e pure un po’ meritata. Ma quello che vogliamo riportare qui è qualcosa che va oltre lo spettacolo, qualcosa che è successo dopo, alla fine, e ha senso in questa nostra piccola rivista perché è un aiuto in più a prefigurare altri scenari, a ripulire l’aria e pure le canzoni, fregando forte forte sulle copertine fino a tirare via tutta quanta la vernice, e vedere che la scritta “pop” può ritornare intera, “popolare”.
Comunque sia, alla fine dello spettacolo quel 23 maggio Freak è stanco ma gentile con tutti quelli che lo avvicinano. E’ provato, è arrivato in auto da Bologna e ha già tenuto nel tardo pomeriggio un reading molto intenso in libreria, ha cantato e raccontato. Ma ha una parola per tutti e arriva anche a proporci una collaborazione proprio su questo progetto. Un’intuizione o una boutade, chi lo sa. Il nostro spettacolo gli è andato giù facile e leggero, ci dice che “a Paz sarebbe piaciuto”, proprio così, e noi non lo dimenticheremo mai. Finché a un certo punto si interrompe, attirato dal nostro fonico Flavio che ha già cominciato a smontare luci, spostare casse, staccare prese e far su cavi. Ha notato qualcosa che a noi sfugge, ne è rimasto completamente rapito: chiedendo scusa ci abbandona, ci dà le spalle e lo raggiunge dall’altra parte del palco facendo un lentissimo slalom in mezzo a tutto il materiale appoggiato a terra. Gli si piazza vicino in silenzio. Lo guarda lavorare come fa un bambino sulla spiaggia quando vuol fare amicizia con un altro, sperando di essere invitato a finire con lui quel castello di sabbia. Poi si spiega. E’ rimasto incantato dalle vecchie scatole di ferro per biscotti, colorate e rotonde, che Flavio usa per tenerci in ordine le spine, le prese e le riduzioni. Gli chiede dove le ha trovate, le trova bellissime, lo ricopre di complimenti generosi, esagerati di candore. Flavio, che in candore non è secondo a nessuno, apre immediatamente la scatola più bella, la svuota e gliene fa omaggio perché tra bambini speciali in spiaggia ci si intende sempre. Si scambiano parole e sorrisi. Subito però altre persone arrivano vicino, fanno domande, chiedono una firma sul disco appena comperato, in tutta buona fede interrompendo il gioco.

Mezz’ora dopo Freak sta camminando assieme a noi, con passo reso lento e faticoso dalla malattia che già lo tiene in pugno, in direzione cena. Dobbiamo fare circa cinquecento metri, forse in cuor suo ci sta maledicendo, ma non ci fa pesare nulla, anzi ci offre una raffica di battute fulminanti e tutte per noi. Ma quel che ci colpisce arriva dopo: una volta nel locale, quando non ci resta che metterci comodi e cenare in santa pace al tavolo riservato, lui si è ricorda di non avere salutato Flavio come avrebbe meritato. Cambia faccia, è dispiaciuto, non c’è modo di tranquillizzarlo. Glielo ripetiamo tante volte, te lo saluteremo noi, non è assolutamente un problema, fidati. Ma nel suo universo di valori quella dev’essere una cosa da non prendere troppo alla leggera. I compagni di giochi si devono salutare sempre e nel migliore dei modi, un imperativo da codice cavalleresco per bambini o qualcosa del genere.

Poi ci distraiamo, presi nel groviglio di parole che seguono sempre a uno spettacolo. Questo mi è piaciuto, quello meno, dovevamo fare così e invece. Fatto sta che passano i minuti e Freak non c’è. Abbiamo pensato che di fosse alzato per telefonare, invece senza dire niente a nessuno è uscito nuovamente nella notte, alla chetichella, giacca e pantaloni neri, camicia bianca e farfallino, tutto stropicciatissimo, con la più lenta delle andature possibili in direzione Flavio. Eccolo, lo trova sul punto di caricare sul furgone l’ultimo flight case, con le insegne dell’auditorium ormai spente e il custode che passa la scopa sull’uscio prima di chiudere. Flavio è stupito. Freak lo avvicina, gli porge la mano, si scusa per essersi allontanato senza ringraziarlo per avergli regalato la sua scatola magica. Ci perde altri venti minuti in chissà quali discorsi e si rimette in cammino. Altri cinquecento metri, come cinquecentomila, per la terza volta.

Noi ce lo vediamo ritornare al tavolo provato, affannato, più bello che mai. Facciamo tardi assieme e quello che ci resta oggi è molto più di una collaborazione prestigiosa, molto più di un piacevole ricordo. E’ qualcosa tipo una lezione, su come siano i comportamenti a generare i valori, e non i valori a generare i comportamenti. “Della nobiltà d’animo”, la potremmo intitolare, anche se lui non ce la farebbe mai passare liscia.

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